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Forme liberate, riscattate dalla schiavitù dell’uso.

Torquato  La Mattina sceglie per la sua ricerca materiali spesso consumati dall’uso quotidiano o comunque che si portano dietro una dichiarata perdita di funzione.

È il caso degli stracci, che caratterizzano il suo ciclo recente e che vengono manipolati come forma plastica fino ad essere bloccati, irrigiditi, per rendere stabile, indeformabile e duraturo il loro rapporto co la luce e con l’ombra. Ottiene, così volumi ed effetti di pieni e di vuoti che rivelano il suo interesse per lo sviluppo delle forme che si avvolgono, si sovrappongono e scoprono la loro sotterraneità come quando dai viluppi dello straccio una bottiglia di plastica emerge ottenendo toni quasi scultorei. E in effetti la sua attenzione alla composizione, sempre studiata, va oltre la scelta  degli oggetti citati e rivela il suo grande inderesse per la scultura dalla quale proviene e che, in fondo, segna il carattere del suo lavoro. Di questa  esperienza rimane l’interesse a verticalizzare la composizione, ad avvitare spesso la forma su se stessa, per cui la trama della tessitura delle fibre, come negli stracci rossi, guida lo sguardo verso un percorso visivo che va oltre la stuttura dell’oggetto. Per questo segna e manipola gli stracci  come se fossero materia plasmabile all’interno della quale scoprire e realizzare morbide soluzioni compositive. L’oggetto d’uso consumato, liso, non è citato soltanto per il suo porgersi come tale, ma è trasformato, manipolato per seguire una ricerca di volumi, di pieni e di vuoti, per creare, a volte una simbologia di forme che in fondo è l’anima del suo fare, come nella bombola di ossigeno spaccata, esplosa, che custodisce e rende visibile un uovo di resina appeso a un filo di ferro. L’uovo, in questo caso -come la trama degli stracci- è in fondo una forma generatrice dalla quale trae origine e si sviluppa la composizione che scopre il costruirsi dei suoi elementi. Gli stracci infatti, spesso sono solidificati in viluppi che progressivamente celano e disvelano, una geometria che si costruisce su se stessa, una successione di piani che, per il loro fuoriuscire e rientrare, fanno assumere al colore illusori passaggi tonali. Quando l’interesse per il rigore geometrico si affievolisce, Torquato La Mattina rende le forme libere di disporsi sulla superfice di appoggio o di liberarsi nello spazio appese a un filo ed appaiono squarci e strappi che conducono lo squardo nella dimensione che circonda l’oggetto e che va oltre la forma. Il colore agisce come elemento dirompente. Forte e consistente, definisce l’impianto compositivo circoscrivendo l’ambito di osservazione per cui gli  “oggetti” divengono spazi/forma che si impongono come inquietanti presenze metafisiche. Divengono cioè oggetti/simbolo, memorie di una fusione che li ha consumati, che non li attenziona più, ma nello stesso tempo forme liberate, riscattate dalla schiavitù dell’uso, che dichiarano una purezza ritrovata.

Caltanissetta  1997

Franco  Spena

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